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IL POLESINE NEL MEDIOEVO

Abbazia della VangadizzaIl territorio, solcato da fiumi e canali, era ricoperto da boschi e paludi. Nomi di località a noi pervenuti quali Selva, Bosco di Mezzo, Bosco del Monaco, Capobosco, Loreo, Frassinelle richiamano la diffusa presenza di piante nel territorio a nord del Po. L'importanza dei boschi per l'alimentazione e l'economia medievale era fondamentale. Oltre a produrre molteplici qualità di frutta, i boschi ospitavano diversi tipi di selvaggina, consentivano l'allevamento delle api e dei suini, offrivano legname per le costruzioni, per la navigazione, per l'agricoltura.
Possiamo ritenere che nonostante le difficoltà dell'ambiente, le rotte, le occupazioni militari, la vita sociale attorno al Mille fosse abbastanza rilevante, favorita anche da centri religiosi quali le abbazie della Vangadizza, di Santa Maria di Gavello e San Pietro in Maone (queste due situate nel medio Polesine), che costituivano il riferimento per tanti aspetti dell'economia locale.
Grazie alle tre abbazie benedettine il Polesine partecipa alla grande fioritura monastica che si registra in Italia nei secoli VIII- XI.
Gavello è stato il centro più antico e la sua origine risale anteriormente al X secolo. Nei secoli X e XI l'abbazia di Gavello sviluppò la propria influenza anche in località vicine come Ceregnano, Adria, Cartirago e forse Borsea e San Cassiano, ove si costituirono piccole comunità religiose e si innalzarono chiese. Dopo le fortunose vicende idrauliche dei secoli XII-XIII incontriamo la sede dell'abbazia di Gavello a Canalnovo, presso il Po, località che consentiva possibilità di comunicazione e commercio.
Mentre Gavello, dopo la rotta di Ficarolo del secolo XII, si avvia verso la decadenza, continua, anzi si accresce il ruolo di un altro centro benedettino polesano, l'abbazia della Vangadizza di Badia Polesine. Sorto verso la metà del secolo X grazie alle cospicue donazioni di grandi signori del tempo, Almerico e Franca, il monastero fiorì nei secoli successivi grazie ad altre elargizioni di terre e a riconoscimenti del papa e dell'imperatore. La terza abbazia che incontriamo attorno al Mille è quella di San Pietro in Maone, presso San Apollinare. Questo monastero dipendeva dall'arcivescovo di Ravenna, aveva beni in diverse località del Polesine e del Padovano ed ospitava un buon numero di religiosi che, come in tutti i monasteri benedettini, si dedicavano oltre che alla preghiera, alla bonifica e all’agricoltura. L'abbazia di San Pietro in Maone sarà quasi totalmente distrutta in seguito alla rotta di Ficarolo.
Accanto ai boschi e ai monasteri benedettini sorgono gradualmente, lungo i fiumi e negli incroci commerciali, i primi centri abitati. Continua e si sviluppa l'importanza di Adria grazie alla presenza del vescovo che unisce il potere religioso e quello politico. Rovigo è indicato, in un documento nell'anno 834, come "villa" cioè piccolo gruppo di abitazioni in territorio di Gavello. La località era situata nel punto di incontro tra antiche strade arginali, vecchi percorsi dei fiumi e il ramo dell'Adige (sarà chiamato Adigetto nel '500) che da Badia si staccava dal corso principale volgendo verso sud. La felice, strategica collocazione favorì la crescita del centro abitato ed attirò l'attenzione di quanti erano interessati al controllo del territorio polesano e delle vie di comunicazione.
Nel 920 il vescovo di Adria avviò la costruzione del castello, del quale rimangono ancor oggi alcune testimonianze, nel 964 è documentata l'esistenza della chiesa di Santo Stefano, tempio che verrà ricostruito nel 1050; nella seconda metà del secolo XI gli Estensi promuoveranno la costruzione della casa dominicata, nel centro abitato, segno della loro costante, crescente attenzione verso Rovigo e il Polesine.
Il corso dell'Adige, che ha favorito Rovigo, ha consentito pure lo sviluppo di altre località polesane: Badia, Lendinara, Costa, Rasa situate in prossimità del fiume.
Nei secoli X-XII i documenti attestano una fitta rete di centri abitati nel medio Polesine quali San Apollinare, Guarda, Borsea, Arquà, Pontecchio, Villamarzana, Frassinelle, Grignano e nell'area altopolesana collegata a Ferrara: Bagnolo, Bariano, Melara, Bergantino, Ficarolo, Trecenta, San Donato, Castelguglielmo, mentre episodi militari nei primissimi anni dopo il mille, avvenuti a Loreo, indicano la presenza di un castello e quindi di vita economica e civile nella località bassopolesana.


DALLA ROTTA DI FICAROLO ALLA FINE DEL TRECENTO
Comune di Rovigo - Veduta aereaNella prima metà del secolo XII una serie di rotte modificò radicalmente il corso dei Po.
Molte di queste tracimazioni del fiume si verificarono a Ficarolo, nella grande ansa descritta dal fiume in tale località. Le acque, oltre ad allagare le campagne, diedero vita a nuovi rami fluviali. Uno di questi, che raccoglieva una considerevole portata d'acqua, venne chiamata Rotta di Ficarolo e, successivamente, Po di Venezia.
I cronisti e gli storici ferraresi vollero fissare nel 1152 la rotta decisiva del fiume, chiamata rotta Siccarda, attribuendo l'evento ad un taglio dell'argine realizzato da un certo Siccardo ai danni degli abitanti di Ficarolo. La rotta provocò vasti mutamenti nel territorio tra Ficarolo e il mare: le acque rimasero per decenni in tale area, l'economia agraria e la pastorizia furono gravemente danneggiati, centri abitati quali Litiga, San Donato, e monasteri quali San Pietro in Maone e Gavello decaddero in modo definitivo.
Le torri merlate, che simboleggiano i centri abitati, richiamano la considerevole presenza di castelli e fortificazioni nel Polesine nei secoli XI-XIV, allorché il territorio era conteso tra Estensi, Scaligeri e Padovani. Vi era certamente un castello a Ficarolo sin dal tempo della Contessa Matilde (1122); riedificato e distrutto più volte venne gradualmente sommerso dalle acque del Po. Il castello di Loreo esisteva sin dal secolo XI; non molto lontano, si trovava, nel secolo XII, il castello di Ariano. Nel Medio Polesine è noto il castello di Maneggio, località chiamata poi Castelguglielmo, quello di Villanova del Ghebbo, presso l'Adigetto, edificato dai Veronesi nel secolo XII, quello di Rovigo, circondato da mura e munito di torri, in parte ancora visibile, il castello di Lendinara edificato sempre nel XIII secolo dalla famiglia Cattaneo e dei quale è rimasta soltanto una torre sulla piazza cittadina, quello di Arquà che si ritiene eretto da Guglielma Marchesella prima del Duecento e ricostruito dagli Estensi, nei primi decenni dei Quattrocento, quello di Pontecchio ancora visibile nel 1484 al tempo dell'itinerario di Marin Sanudo, quello di Fratta edificato nel 1104 da lsacco, vescovo di Adria.
Nell'alto Polesine quasi tutti i centri lungo il Po erano fortificati. Oltre che a Ficarolo, esisteva un castello a Bergantino, circondato da profondi fossati, con forti bastioni e torri, a Sariano, costruito dalla contessa Matilde, donato nel 1090 al vescovo di Ferrara, e più volte distrutto e riedificato. Si trattava di un edificio imponente demolito, purtruppo, nel secolo scorso. Agli Estensi apparteneva il castello di Melara, obiettivo di lunghi assedi, citato dal Sanudo e pure questo abbattuto nell'Ottocento.
Il Duecento vede il progressivo rinsaldarsi della dominazione Estense nel Polesine, non senza incertezze e difficoltà: Lendinara nel 1246 verrà distrutta dalle truppe di Ezzelino da Romano e qualche decennio più tardi, nel 1283, conoscerà la dominazione padovana.
Sempre Padova dominerà Rovigo, Lendinara e Badia nei primi anni dei Trecento, in seguito alle liti fra i diversi esponenti della casa d'Este.
Dal 1322 i signori di Ferrara controllano però in modo determinante tutto il territorio tra Adige e Po, ad eccezione dell'area del Delta ove Venezia, facendo forza su Loreo, cerca di allargare il proprio controllo e la propria sfera d'influenza.
La Repubblica, dopo la Rotta di Ficarolo e particolarmente nel Trecento, guarda con sempre maggiore interesse alle vie di comunicazione costituite dai corsi d'acqua che interessano il Polesine ed opera con mezzi diplomatici, militari ed economici per inserirsi nel territorio. Vi riuscirà nel 1395 concedendo un prestito di 50.000 ducati a Nicolò d'Este e ricevendo in pegno il territorio polesano.
Nella vita civile si scorgono nel Duecento i segni di una volontà di organizzazione di crescita.
Rovigo, che nella seconda metà del secolo XIII si era dotata di una nuova cinta muraria, rinnova nel 1264 i propri Statuti. La vita cittadina sarà cosi regolata da un consiglio di 50 persone, che ha tra i suoi compiti la manutenzione dei corsi d'acqua ed il controllo dei fiumi attraverso i  cavarzerani, l'imposizione di tasse, la nomina addetti a servizi di igiene e di pubblica utilità.
Sempre nella seconda metà del Duecento a Rovigo venne costituita la matricola dei Notari (1286) che riunirà coloro che per cultura e preparazione idonea, dopo un adeguato tirocinio, redigono atti pubblici e privati; tutta la vita economica e civile fa riferimento a tali contratti che ogni notaio era tenuto a conservare con cura e depositare, in caso di cessazione di attività, presso il collegio. I documenti notarili di Rovigo e della provincia consentono di ricostruire in modo efficace la reale situazione del territorio nelle varie epoche e costituiscono una fonte di informazione forse non adeguatamente valorizzata.
Nel Trecento, in sintonia col crescente sviluppo urbano, viene avviata, seppur in modo non organico, la scuola pubblica della città.
Essa esiste certamente nel 1370. Offriva, oltre ai fondamentali elementi linguistici, l'insegnamento della scrittura e una informazione culturale globale.
A Rovigo durante il Duecento si insediano i minori conventuali. Grazie a lasciti e al profondo legame con la città nel secolo successivo i religiosi avvieranno la costruzione della chiesa di San Francesco, più volte in seguito ampliata e ristrutturata. Le tracce della chiesa trecentesca sono ancora oggi visibili in diversi punti, all'esterno dell'edificio.
Un altro insediamento di rilievo del Duecento è quello dei frati umiliati a San Bartolomeo, subito dopo la metà del secolo. Oltre che nella fondazione di conventi il fervore religioso del Trecento si esprime in nuove costruzioni e nell'ampliamento di chiese che consenta di ospitare il numero crescente di fedeli. Risalgono a questo secolo il battistero del Duomo di Santo Stefano (era situato nell'attuale piazza Duomo), la costruzione del palazzo vescovile e forse la ristrutturazione del Duomo stesso. La religiosità popolare, sulla scia dei movimenti spirituali dei secoli XII-XIII si manifestava esternamente con processioni e pellegrinaggi. La gente del Medioevo viaggiava molto di più di quanto noi possiamo supporre, considerando le difficoltà e la lentezza dei mezzi di trasporto. Per ospitare pellegrini e viandanti quasi ogni parrocchia o confraternita disponeva di "ospedali", piccole stanze od oratori situati lungo le vie di comunicazione alla periferia dei centri urbani ove i pellegrini potevano rifugiarsi durante la notte o in caso di maltempo. Gradualmente qualcuno di questi ambienti venne utilizzato dalle comunità civili per l'assistenza agli ammalati, poveri ed abbandonati.
E' il caso dell'ospedale di Santa Maria della Misericordia di Rovigo, situato presso porta Arquà, che diverrà a partire dal secolo XV lo strumento privilegiato per l'assistenza cittadina.


IL QUATTROCENTO
Palazzo RoverellaIl Quattrocento costituisce, per il Polesine di Rovigo, un periodo di incertezza politica e di transizione. Erano infatti maturate le condizioni per l'inserimento del territorio nell'orbita veneziana, grazie alla potenza militare e all'abilità diplomatica dei governanti della Serenissima.
Anche se gli Estensi, dopo il temporaneo passaggio avvenuto nel 1395 del Polesine alla Repubblica, manterranno una serie di diritti; la presenza di eserciti e la forza militare dei veneziani si fanno sentire con peso rilevante e provocano imposizioni fiscali assai gravose per la popolazione già provata da "obblighi"  per la manutenzione degli argini e la frequente "presa" delle rotte.
Rovigo e gli altri centri verranno restituiti a Ferrara nel 1438 e rimarranno sotto la dominazione estense per un quarantennio.
In questo periodo la presenza dei marchesi d'Este nella città di confine e il loro intervento per migliorare le condizioni del territorio fu rilevante e diede luogo a un benessere accettabile, nonostante le ricorrenti calamità naturali.
Nel Quattrocento vennero avviati i primi esperimenti di bonifica.
Grazie al miglioramento del territorio e alla presenza di eserciti delle potenze che si disputarono il Polesine si verifica particolarmente nel '400 l'immigrazione di famiglie provenienti dalle aree montane del bergamasco e del bresciano oppure da centri artigianali e commerciali della pianura come Milano, Cremona, Verona, Mantova, Lodi.
Oltre che nell'amministrazione militare e civile queste persone si inseriscono saldamente nella vita economica delle località polesane, particolarmente a Lendinara, Costa, Rovigo, Fratta, Polesella. A rivestire particolare importanza negli insediamenti è la famiglia Roncale, proveniente dalla valle Imagna, nel territorio di Bergamo.
Nella seconda metà del '400 esponenti di questa famiglia sono giunti a Lendinara e Costa, a fine secolo approdano a Rovigo ove acquistano una bottega, incrementando un'attività commerciale e di appalti che sbocca qualche decennio più tardi nella ammissione al consiglio cittadino di Giovanni Roncale e nella costruzione dell'imponente palazzo attribuito al Sanmicheli.
Nel 1440 Rovigo pubblica nuovi Statuti che evidenziano una migliore articolazione della vita civile ed un più attento raccordo col territorio.
Con la piazza, le torri, i palazzi prestigiosi il centro urbano si presentava con un volto di città analogamente a quanto avveniva ad Adria e Lendinara.
Anche le altre località polesane conoscevano attività edilizia nonché interventi di ingegneria idraulica. Quale esempio si ricordano i lavori effettuati dall'architetto ferrarese Biagio Rossetti nel sostegno della Fossa Polesella per realizzare chiusure in grado di controllare e regolare il flusso delle acque nel Po.
Nel Quattrocento la vita religiosa attraversa una fase di assestamento, dopo le fondazioni dei secoli precedenti. Troviamo diversi monasteri (San Pietro in Maone, Gavello, San Bartolomeo) quasi privi di religiosi.
Nel 1482-84, grazie all'interessamento del cardinale Bartolomeo Roverella, giungeranno a Rovigo i monaci di Monte Oliveto e si insedieranno negli edifici di San Bartolomeo, un tempo occupati dai frati Umiliati. La città si arricchirà così di una nuova qualificata presenza religiosa che concentrerà nella propria gestione oltre ai beni degli Umiliati, le terre dell'antica abbazia di San Pietro in Maone e l'edificio sacro della Madonna de' Sabbioni. Nel resto del Polesine sono diversi gli interventi di restauro o le nuove costruzioni di chiese, cappelle ed opere d'arte.
Notevole impulso, già agli inizi del '400, conobbe a Rovigo l'edilizia privata, che andò sviluppandosi secondo direttrici urbanistiche già in parte determinate dalla presenza dell'Adigetto. La città cominciava, almeno entro il giro delle mura, ad infittirsi di case in muratura con il tetto di tegole, non prive talora di decorazioni e ornamenti, sempre però secondo linee di estrema semplicità e funzionalità. Dell'edilizia privata di quel tempo è rimasto pochissimo anche se dovette essere particolarmente intensa per dare risalto alle famiglie più ricche che si erano insediate nella città: i Silvestri, i Calcagnini, i Casilini, i Roverella, i Foligno, i Nicolini, i Manfredini, legate strettamente a Ferrara e alla casa Estense.


I CASTELLI E LE FORTIFICAZIONI
Castello EstenseNel lento emergere da quel lungo e tragico periodo di decadenza, durante il quale lotte turbolente, scorrerie continue e devastanti alluvioni avevano sconvolto l'antico assetto romano e portato alla estrema depauperazione del territorio, il Polesine trovava una sua prima identità nell'agglomerarsi di piccoli centri rurali e borghi, dispersi in campagne incolte e acquitrinose ricoperte talora di fitta boscaglia. Qui, i piccoli feudatari, le antiche famiglie sopravvissute e gli ecclesiastici cominciarono ad erigere approssimative fortificazioni che, nel giro affannato degli anni, erano cresciute là dove il territorio presentava punti nevralgici, a difesa e protezione di privilegi vecchi e nuovi, di passaggi obbligati lungo i fiumi e i canali, al margine delle paludi e a guardia di possedimenti dagli incerti confini.

E' una storia inquieta di guerre, usurpazioni e sopraffazioni, inesauste contese e tradimenti, che videro protagonisti gli energici vescovi conti e i primi Estensi, i Veneziani, gli Scaligeri e i Carraresi, avidi sempre, nella alterna fortuna delle armi e nei frequenti capovolgimenti di situazione, mentre le feroci soldataglie percorrevano e ripercorrevano terre funestate dalla furia delle acque.

Castelli e rocche e torri che ritmavano il territorio, quasi tutto è scomparso; si trattò, comunque, quasi sempre di fortificazioni di bassa pianura, semplici e funzionali, ridotte ad una essenziale pianta quadrangolare (che spesso assumeva qualche eccentricità), dotate di mura e torri, ma anche con lati scoperti, là dove i fiumi e i campi diventavano un impenetrabile acquitrino.
A questo generico modello erano certamente informati i castelli, di grande importanza strategica, che alzavano torri e robusti bastioni a Ficarolo, Bergantino, Castelnovo Bariano e Melara, lungo antiche direttrici, così come le tre Rocche Marchesane sull'Adige a Badia: fortificazioni passate tutte più volte di mano, ristabilite e ricostruite dagli Estensi intorno al '400 e poi lasciate andare in rovina, perduta l'originaria funzione difensiva, durante la dominazione veneziana, fino alla inevitabile demolizione o scomparsa. A Guglielmo III Adelardi Marchesella, eminente personaggio della Ferrara medievale, la tradizione attribuisce l'edificazione e la ristrutturazione di più di un castello in Polesine. Primo fra tutti, quello di Maneggio (e la località fu da allora ribattezzata Castelguglielmo), ricordato da Boccaccio nel Decamerone (Novella seconda, Giornata seconda) e decaduto fino alla rovina definitiva nel sec. XVIII.
Di un altro castello a Pontecchio, terra in quei tempi di selve intricate, rimane oggi un labile avanzo di mura mentre quello di Fratta divenne presto dimora dei Pepoli e di nobili locali, senza poi lasciare vestigia alcuna.

Torre maistraE' invece giunto fino a noi il castello di Arquà, ricostruito dagli Estensi e in seguito trasformato e ingentilito in abitazione signorile.

Nessuna traccia, che non sia il nome di una piazza e di un ponte nella città, è rimasta del castello di Adria.

Sorti accanto o talora a difesa stessa di piccoli centri abitati, in alcuni casi i castelli finivano per cingerli, poco per volta, con una cerchia di mura, come accadde con Castel Trivellin di Lendinara poi sostituito da una fortezza estense nel centro della città, della quale resta oggi una massiccia torre, e ancora il castello di Rovigo.

Quest'ultimo, infatti, si arricchì negli anni di una formidabile cinta muraria, dietro la quale spiccavano le alte torri (e due sono rimaste ancor oggi). Porte e ponti levatoi si aprivano nel giro dei bastioni, che erano circondati da un profondo fossato.
 

 

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