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IL POLESINE IN ETA' ANTICA

La preistoria
VasiI più antichi insediamenti umani scoperti nella provincia di Rovigo risalgono all'età del Bronzo ad un periodo cioè compreso approssimativamente tra il XVIII ed il X sec. a.C.
A Canàr nei pressi di San Pietro Polesine (comune di Castelnovo Bariano) è stato rinvenuto l'unico esempio di palafitta conosciuta in provincia di Rovigo. In questo periodo le attività economiche erano costituite dall'agricoltura e dall'allevamento, integrate dalla caccia e dalla raccolta di frutti selvatici. Sono documentate anche la tessitura (fusi e pesi da telaio) ed un certo grado di specializzazione doveva aver raggiunto la carpenteria. Poco diffuso è invece il bronzo, mentre una delle attività domestiche maggiormente documentate è la produzione di ceramica ed è proprio questa, tra l'altro, che caratterizza maggiormente il sito di Canàr, con anfore (vasi a due manici), brocche e grandi scodelle con orlo a tesa.
Dell'età del Bronzo medio e recente (sec. XVI - XIII) si conoscono in Polesine gli insediamenti di Marola e Canova, sempre nel comune di Castelnovo Bariano, e i ritrovamenti sporadici di Sarzano (comune di Rovigo) e forse Adria.
L'ultima fase dell'età del Bronzo e l'inizio dell'età del Ferro (XII IX sec. a.C.) è un periodo segnato da profondi cambiamenti sociali ed economici.
Appartenenti a questo periodo sono gli abitati di Mariconda di Melara, Frattesina di Fratta Polesine, Gognano,Villamarzana, Arquà Polesine, Saline di San Martino di Venezze ed alcuni rinvenimenti sporadici (San Bellino e Frassinelle). Quasi tutti questi insediamenti si trovano in prossimità di una antica via d'acqua chiamata Po di Adria o Filistina, o di sue probabili diramazioni.
Il suo corso principale attraversava il Polesine seguendo grosso modo l'odierno Tartaro Canalbianco. Il fiume doveva rappresentare innanzitutto una facile via di comunicazione e la vicinanza ai suoi dossi arginali costituiva probabilmente una protezione da eventuali alluvioni. La foce potrebbe essersi trovata a circa una decina di chilometri ad est di Adria in corrispondenza di una antica linea di costa di cui oggi restano delle basse dune sabbiose.
Tra quelli citati, l'insediamento di gran lunga più interessante per la ricchezza dei dati raccolti è Frattesina di Fratta Polesine. L’abitato sorgeva, a sud est dell'attuale centro di Fratta, lungo la sponda meridionale dei Po di Adria (corrispondente all'attuale strada per Villamarzana), coprendo una estensione superiore ai 100 ettari. Le abitazioni (probabilmente diverse centinaia) erano delle semplici capanne; una di queste, scoperta durante gli scavi iniziati nel 1974, ha un pavimento in argilla gettato sopra ad un letto di carboni ancora caldi allo scopo di renderlo più consistente.
L’alzato era probabilmente formato da pali portanti sui quali poggiava un graticcio di rami e canne palustri intonacati con argilla. Il tetto era costituito anch'esso da elementi vegetali. Attorno alle capanne sembrano concentrarsi tutta una serie di attività domestiche come ad esempio la produzione di ceramica e la tessitura. Le attività economiche primarie sono naturalmente l'agricoltura (cereali, legumi) e l'allevamento (suini, bovini e capro ovini in ordine di importanza) ma un notevole rilievo rivestono alcune attività artigianali quali la lavorazione del vetro, del bronzo e del corno di cervo. I moltissimi oggetti in bronzo, esprimono bene l'alto livello di specializzazione che questa produzione ha ormai raggiunto. Le materie prime (rame e stagno) provenivano quasi certamente dalle miniere toscane ma venivano lavorate sul posto come documentano le matrici, le scorie di fusione ed i ripostigli degli artigiani fonditori composti di pani (lingotti) e pezzi destinati ad essere rifusi. I prodotti sono oggetti d'ornamento, come fibule (spille), spilloni, anelli, pendagli, e strumenti di lavoro: coltelli, falci, seghe, asce, scalpelli ecc. Assai rare sono le armi (punte di lancia e spade).
Anche la lavorazione dell'osso e soprattutto dei corno di cervo era largamente praticata. Nel complesso le dimensioni dell'attività artigianale di Frattesina sono tali da non trovare confronto con nessun altro insediamento dei Bronzo finale italiano.
Relative a Frattesina sono le due necropoli situate rispettivamente a qualche centinaio di metri a sudest e a nord est dell'abitato. Quasi esclusivo è il rito della incinerazione, ovvero della deposizione in un'urna delle ceneri del morto.
Le urne sono vasi di terracotta, del tutto simili a quelli di uso domestico, coperti da una scodella e venivano depositate in una semplice fossa.
Oltre alle ceneri, contengono spesso un corredo di oggetti che dovrebbe definire il sesso ed il ruolo sociale che il defunto ricopriva. Tra la fine del IX e gli inizi del VI sec. a.C. il territorio polesano perde l'importanza che ha avuto nei secoli precedenti. Non sembra casuale, infatti, la totale mancanza di ritrovamenti assegnabili a questo periodo. La generale instabilità idraulica, a seguito di un aumento della piovosità, è senz'altro uno dei motivi che possono spiegare questo fenomeno.
A partire dal VI sec. a.C. sembra verificarsi un ripopolamento del territorio polesano che ebbe come protagonisti la popolazione indigena paleoveneta e genti greche ed etrusche.
Non poche sono le analogie tra il periodo arcaico e la precedente fase protoveneta: un importante centro di commerci (Adria) era aperto agli scambi di merci provenienti dal Nord Europa e dall'Egeo. Ciò fu possibile grazie alla favorevole posizione geografica, essendo vicinissimo il mare, cui Adria era collegata da una fascia di lagune.
Similmente a Frattesina, Adria dovette essere un importante porto fluviale, il che permetteva facili collegamenti anche con l'entroterra, come testimoniano, tra l'altro, gli insediamenti di Gavello, San Cassiano, Borsea e Rovigo (loc. Balone), forse allineati lungo un antico corso d’acqua, collegato con l'etrusca Mantova. Verso il mare si trovavano l'abitato di San Basilio ed altri nuclei minori sorti a ridosso delle dune costiere che oggi formano il II cordone.

Il periodo arcaico (VI - V sec. a.C.)
urnaAdria. L’antico abitato si trova a 5 o 6 metri al di sotto della parte sud occidentale della città moderna, ovvero nella zona dove è sito il Museo Archeologico. Gli autori classici che parlano di Adria non attribuiscono concordemente la sua fondazione ad un popolo, citando chi i Greci, chi gli Etruschi, chi addirittura i Celti e gli Illiri.
I dati archeologici parlano di una prima presenza paleoveneta e greca durante la prima metà del VI sec. a.C..
Le abitazioni non dovevano differire molto da quelle descritte per Frattesina: il legno, le frasche e le canne continuano ad essere i materiali privilegiati per la loro facile reperibilità, assieme all'uso dell'intonaco di argilla.
Permane anche l'uso di erigere le capanne su tavolati sovrapposti a pali infissi nel terreno umido, a scopo di consolidamento.
Sembrerebbero dunque i Greci, come si è detto, i primi a venire a contatto con gli indigeni Paleoveneti. Ai Greci dovevano interessare le materie prime (soprattutto metalli), i manufatti provenienti dalle regioni transalpine ed i prodotti della fertile pianura padana (cereali in particolar modo). Lo scambio avveniva con prodotti come olio, vino e le pregiate produzioni ceramiche attiche. Il contatto con gli Etruschi dovette essere quasi contemporaneo, e Adria, nella prima metà del VI sec. a.C., potrebbe essere stata uno dei tramiti attraverso cui giungevano i beni di lusso greci alle città etrusche di Bologna e Marzabotto.
A partire dalla fine del VI sec. a.C. si fa più consistente la presenza etrusca nella Valle Padana, testimoniata dal rinvenimento di iscrizioni in lingua etrusca sul materiale ceramico. Nel contempo permangono i rapporti con il mondo greco: varie iscrizioni votive fra cui una dedicata ad Apollo, sono state rinvenute nei pressi della chiesa di Santa Maria della Tomba e sono state messe in relazione ad un santuario eretto da una comunità proveniente da Egina. La ceramica attica rinvenuta nell'abitato porta le firme di artigiani tra i più importanti delle officine ateniesi: Brygos, Makron, Polignoto ecc.
Si noti che tali prodotti erano indice del prestigio di chi li possedeva ed il ritrovamento di una così cospicua quantità di vasellame, soprattutto da mensa, nell'abitato è ulteriore conferma della ricchezza della città.
Nella metà del V sec. a.C. su Adria prende il sopravvento l'etrusca Spina, che diverrà polo di attrazione del commercio greco in Adriatico.
San Basilio. Il periodo che va dall'inizio del VI sec. a.C. a tutto il V, vede sorgere una serie di abitati in corrispondenza di vie d’acqua o del litorale antico. Il più conosciuto, perché oggetto di diverse campagne di scavo, è l'insediamento di San Basilio a circa 20 km. a sud est di Adria, nell'isola di Ariano.
Esso sorgeva a ridosso del secondo cordone di dune litoranee, il che testimonia il suo diretto collegamento con il mare, ed in prossimità del tratto terminale dell'antico "Po di Ariano" (parzialmente corrispondente all'attuale Po di Goro).
I materiali più antichi rinvenuti a San Basilio risalgono alla prima metà del VI sec. a.C. e sono di produzione paleoveneta e greca a conferma di quanto già supposto per Adria.
L'importanza del delta padano come punto di arrivo e di smistamento verso l'interno di merci esotiche, è documentata anche da altri rinvenimenti (Taglio di Po, Contarina e loc. Balone) e dal fatto che, pochi decenni dopo il loro arrivo nella zona, gli Etruschi fonderanno, nella parte meridionale del delta, Spina, assumendo così il controllo diretto dei traffici.
Il IV secolo è un periodo di forti contrasti politici e sociali. Atene esce prostrata dalle guerre del Peloponneso e perde potere, nel controllo delle rotte commerciali, a favore di Siracusa. Secondo la tradizione letteraria, i Siracusani allargano la loro sfera d'influenza anche sull'Adriatico settentrionale e Adria sarebbe stata da essi rifondata. Un'altra minaccia per gli equilibri politici della penisola è rappresentata dai Celti o Galli. Già a partire dal V sec. i Celti valicano in piccoli gruppi i passi alpini, occupando buona parte della pianura lombarda ed emiliano romagnola. Non riescono a penetrare nel Veneto, ma, secondo alcuni autori antichi, un gruppo si dovette stanziare nel Delta padano.

La romanizzazione
coccioL'occupazione Romana del Polesine non avvenne in modo conflittuale, fu piuttosto un lento assorbimento, inizialmente sul piano economico e culturale ed infine su quello politico, come del resto avvenne per tutto il territorio veneto.
Veneti e Romani furono difatti alleati contro i Celti, nemici comuni, e contro Annibale quando tentò di occupare la penisola.
Uno strumento essenziale per la penetrazione romana fu la costruzione di un complesso sistema stradale che permise il diretto controllo militare e la diffusione capillare della cultura dei nuovi dominatori.
Del 132 a.C. è la via Popillia che collegò Rimini con Adria. Di pochi anni successiva (128 a.C.) è la via Annia proseguimento della Popillia verso Padova, Altino e Aquileia.
Nel 49 a.C. le principali città venete divennero "Municipia", cosa che comportò il diritto di cittadinanza romana e la definitiva annessione del Veneto al dominio di Roma.
L'attuale provincia di Rovigo verrà suddivisa fra i municipi di Verona, Este e Adria che rimarrà il centro più importante del territorio.
Le condizioni ambientali che caratterizzano l'età romana furono favorevoli al popolamento della bassa pianura e al suo sfruttamento.
Un clima caldo-arido permise una certa stabilità del corso dei fiumi ed opportune opere di bonifica e arginature consentirono la messa a coltura anche di zone altrimenti paludose.
Il mare era separato dalla terra ferma dalle lagune che si estendevano lungo tutto l'arco dell'Adriatico settentrionale da Grado a Ravenna.
Su questo complesso sistema idrografico i romani intervengono in modo massiccio operando arginature artificiali, la riattivazione di vecchi alvei e l'impostazione di una rete di canali di drenaggio e per la navigazione interna.
La regimazione dei fiumi e la bonifica di ampie zone vallive, permise la creazione del tradizionale sistema di messa a coltura romano: la centuriazione. Essa consisteva nella suddivisione dei campi con un impianto a scacchiera; gli agrimensori tracciavano sul terreno gli assi centuriali normalmente in senso N. S. (Cardines) e W. E. (Decumani).L'attuale ordinamento dei campi corrisponde alla bonifica veneziana del XVI sec. che non ha del tutto cancellato quella romana precedente che appare abbastanza chiara nelle foto aeree.
Oltre alla divisione dei campi ed al relativo sistema di drenaggio, un altro elemento costitutivo della centuriazione sono le strade. La cosiddetta "strada per Villadose", dal nome del piccolo centro ad est di Rovigo, cui passa vicino per portarsi verso la laguna veneta, potrebbe essere il decumano massimo: l'asse principale sul quale era impostata tutta la maglia centuriale.
Le principali vie di comunicazione passanti per il territorio polesano erano quelle costiere. La prima fu la Popillia dal nome del console Publius Popillius Lenas che la fece costruire nel 132 a.C.
Nel 128 a.C. il console Titus Annius Rufus costruì la via Annia che collegava Adria con Padova ed Aquileia.
Nonostante la creazione di percorsi terrestri, le vie di comunicazione di elezione restano quelle d'acqua, sia naturali che artificiali.
L’apice della vitalità economica e culturale si ebbe durante il I sec. d.C. Nel III sec. il territorio risentì della generale crisi politica dell'impero che comportò l'abbandono di parecchi centri. L’occupazione che seguì nel IV e V secolo non ebbe i caratteri e la floridezza dei secoli precedenti.
Da lì a poco la caduta dell'impero e di conseguenza la mancanza di un potere politico che impone ed organizza la tutela e la salvaguardia degli argini dei fiumi maggiori e dei canali di drenaggio, porterà al collasso di questo sistema economico. Conseguenti furono l'alluvionamento e l'impaludamento delle zone vallive e la diffusione di selve e di boschi.
I primi secoli dell'era moderna sono caratterizzati dunque da condizioni ambientali molto simili a quelle preistoriche.
Questo stato di cose darà al Polesine quella fama di zona "endemicamente paludosa" che solo le bonifiche di età medievale e moderna avrebbero sottratto al dominio delle acque.

 

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